Ispirazioni


“Hell in the cave” – Anime in transito

di Lilli Susca

Transizioni. Passaggi. Trasformazioni fisiche e metafisiche durante e grazie a un viaggio. La Divina Commedia ne è un esempio formidabile. E allora parliamone attraverso le suggestioni di uno spettacolo unico al mondo, dal titolo “Hell in the cave”. Una compagnia di attori, ballerini e funamboli, diretti dal regista pugliese Enrico Romita, interpreta un gruppo di anime dannate fra cui emergono alcuni fra i personaggi danteschi più noti, come Pier Delle Vigne, Paolo e Francesca, Ulisse. Fin qui nulla di nuovo. Ma la straordinarietà sta nel palcoscenico che è stato scelto per questa performance: le grotte di Castellana, in particolare la “grave”, la monumentale grotta principale del complesso carsico. Già durante la discesa lungo i duecentosessanta scalini scivolosi, ci si rende conto che di discesa agli inferi si tratta, non certo di una innocua visita alle grotte. Perché ad accogliere chi vi giunge ci sono già due anime dannate, che scivolano distese lungo i gradini, blandendo caviglie di visitatori guardinghi e dubbiosi se proseguire o meno. Intanto nel tunnel discendente, illuminato da tetre luci rosse, risuona una voce che ripete in loop il verso “lasciate ogni speranza o voi che entrate”. La sensazione all’inizio è di essere entrati in una maestosa giostra della paura, o in una versione in Cinemascope dei sotterranei di Madame Tussauds, e i palati più fini potrebbero cominciare a storcere il naso pensando che a quello si limiterà il tutto. Ma così non è, proprio per niente: perché questo spettacolo entra nelle viscere passando dal cervello e ogni parte del corpo non si limita a osservare, ma vi partecipa, sentendosi coinvolta in prima persona. Perché, per quanto atei, scettici o agnostici si possa essere, la paura dell’inferno è una tara atavica, un buco nero che ingloba chiunque, che risucchia e intrappola ogni volta che ci si imbatte in richiami di qualsivoglia natura. Così lo spettacolo da guardare è ovunque nella grotta: su entrambi i lati della grave, attraversata da una passerella lungo la quale gli spettatori sono distribuiti; in mezzo e sopra gigantesche stalagmiti, lungo i letti impervi di fiumi antichi che attraversano le formazioni carsiche; nel cielo della grotta, a mezz’aria fra la terra di sotto e quella di sopra; ma anche sulla passerella, non solo perché la stessa è più volte attraversata dalle anime dannate – sia da sole che in schiere terrificanti -, ma anche perché il pubblico stesso è parte dello spettacolo. È curioso vedere come l’essere umano reagisca al terrore più o meno negli stessi modi: tenendosi stretti al proprio caro, se si è in compagnia; urlando bestemmie, di tanto in tanto, ma il più delle volte ridendo. Già, ridendo! Per scacciare la paura, per prendere le distanze dalla stessa.
Questo è ciò che appartiene alla sfera delle viscere. Ora saliamo un po’ e andiamo lì, in mezzo al petto. Se si è innamorati, o se lo si è stati almeno una volta nella vita, non si può restare indifferenti davanti a due anime che, sospese nel vuoto, danzano la loro passione e la loro dannazione. “Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido vengon per l’aere, dal voler portate”. I due attori volteggiano sospesi senza mai potersi sfiorare, separati da una membrana che permette loro di vedersi ma non di toccarsi. Lei indossa una veste bianca lunghissima, che si staglia nell’oscurità della grotta e che quasi ipnotizza con il suo ondeggiare lento e sinuoso. E intanto quei versi, arcinoti ma sempreverdi, sembrano danzare anch’essi nel vuoto di quell’alveo sotterraneo, fino ad arrivare proprio a te, spettatore inerme, che alla fine della scena non puoi che sospirare rovinosamente all’unisono con il resto della platea. 
Se anche fossi uno spettatore poco incline al sentimento amoroso e questa scena non ti smuovesse dentro un granché, allora si arriverà ancora più su, fino alla testa. Non si può di certo affermare che questa sia una rappresentazione fedele dell’Inferno di Dante, ma i suoi versi vi trovano spazio, risuonando austeri e capaci di incutere soggezione nei presenti. L’eco delle parole dantesche, così familiari a tutti, rimbalza sulle pareti della grotta e riporta indietro nel tempo, ai banchi di scuola, quando un “poscia” sembrava un ostacolo eccessivo e inutile alla comprensione dei fatti narrati. Ma in quella cornice maestosa il linguaggio dantesco sembra assolutamente appropriato, come se si capisse finalmente che quei versi affondano le radici nel ventre della terra e da lì ambiscono a “rimirar le stelle”. 
Il sottotitolo dello spettacolo – versi danzanti nell’aere fosco – dice tutto, o quasi: suggerisce che si tratta di un’esperienza sensoriale, di una messinscena tutt’altro che tradizionale, bensì composita, sinestetica e principalmente figurativa. Un’esperienza, più che una performance, unica ma ripetibile. Perché quello che può succedere ad alcuni spettatori, dopo aver pianto per l’emozione di aver visto una cosa così bella, è che decidano in quel momento di volerci tornare al più presto.
 
“Hell in the cave” viene rappresentato solo nelle grotte di Castellana, in provincia di Bari. Per tutte le informazioni, un invito a consultare il sito web dedicato: www.hellinthecave.it.


Corpi Senza Ossa

Reminiscenze sacre nella cyborg society

di e con Lara Barzon e Francesca Tomassetti

È un progetto di ampio respiro che sorge dalle immagini evocate dall’antica leggenda de La Loba, tratta da “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés.
C’è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto, pare in attesa di chi si è perduto, di vagabondi e cercatori. L’unica occupazione della Loba è la raccolta delle ossa. Raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo. La sua caverna è piena delle ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.
Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l’ultimo osso è al suo posto, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare. E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia e comincia a cantare. La Loba canta ancora, e le creature tornano in vita. E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon. Così si dice che, se vagate nel deserto ed è quasi l’ora del tramonto, e vi siete un po’ perduti e siete stanchi, allora siete fortunati, perché forse la loba può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa, qualcosa dell’anima.

Da questa leggenda parte il nostro viaggio alla ricerca dell’anima, un’anima che troppo spesso ha perso consistenza divenendo sostanza immateriale e astratta. Grazie alla figura della Loba, l’anima ritrova finalmente il suo posto nello spazio fisico più interno al nostro corpo: le ossa. E’ un’indagine sulla precarietà insita nella condizione umana: nasciamo con ossa tenere, viviamo fin da subito l’impossibilità di sostenerci da soli. Per nascere davvero abbiamo bisogno di essere guidati da un’anima antica; per vivere davvero abbiamo bisogno di allearci.
A questa precarietà originaria, che trascende lo spazio e il tempo, si affianca una precarietà che potremmo chiamare “contemporanea”, radicata nel momento storico che stiamo attraversando, caratterizzato da un mondo frammentato, dove i nostri corpi sono sempre più corpi senza ossa.
Corpi senza ossa è prima di ogni altra cosa una ricerca di metodo, un processo che ci porta ad attraversare con tutto il nostro corpo strutture fatiscenti, pericolanti, luoghi abbandonati, indagando le vite invisibili che si nascondono in questi spazi sgretolati, perché la Danza e il Teatro sono nulla se non si sporcano di verità, di vissuti, di spazi urbani, con i quali amalgamare il processo creativo.
A tale proposit,o è fondamentale la collaborazione con Fausto Ribeiro, regista attivo in Brasile e Uruguay, esperto di drammaturgia urbana, che ha deciso di sposare il progetto e di arricchirlo con il suo orientamento artistico e registico.
In questa prospettiva non convenzionale abbiamo deciso di non usare scenografie, se non quelle offerte dagli spazi che mano a mano andiamo ad attraversare, e di lasciare invece ampio spazio alla ricerca sui costumi, diretta da Giovanna Ferrara, i quali nelle loro possibilità metamorfiche vanno a costituire il paesaggio all’interno del quale si svolge l’azione.
Grazie alla collaborazione con la musicista e compositrice Maddalena Juno Bianchi, la ricerca corporea, materica e spaziale si mescola a quella musicale. In questo modo la musica entra nel processo di trasformazione della materia divenendo a tratti il corpo e la voce della musicista in scena, a tratti suono etereo proveniente da sorgenti inaspettate. In quest’ottica, l’atto teatrale e danzato è solo uno degli strumenti di ricerca. Per questa ragione abbiamo deciso di aprire la nostra esplorazione ad altri linguaggi, come ad esempio quello della fotografia e della videoperformance.
Il progetto prevede inoltre fasi di ricerca con gruppi di provenienza eterogenea (artisti, performer, danzatori, ma anche non professionisti), attraverso workshop volti alla creazione di performance, video performance con sperimentazioni nello spazio urbano e naturale, oltre che laboratori di ricerca fotografica.

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