Educazione ed etica in psicologia analitica

di Anna Cester

La riflessione che viene esposta in questo articolo si sviluppa a partire da due coordinate: cosa significhi “educare” e come ciò si articoli nella contemporaneità. «L’educazione è ciò che promuove con l’insegnamento e l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche e morali dell’ individuo in formazione»: questa definizione ripresa dall’Enciclopedia Treccani richiama in gioco tutti, come adulti e come educatori, sottolineando fin dalla sua definizione come sia l’esempio, ovvero la postura etica di chi educa, a orientare lo sviluppo del bambino. Viene da sé come questo sia un atto autentico laddove viva in equilibrio con un’educazione che si rivolge a sé stessi, attraverso un’attivazione di quella propensione all’ascolto e a un’osservazione di sé che si basa sull’accettazione della propria ombra, delle forze creative e distruttive naturalmente presenti nella psiche umana e nella loro integrazione consapevole 1. In questo modo, la prassi dell’educazione si allontana molto dalla visione rigida e dalle pratiche repressive di cui tutti abbiamo esempi personali e collettivi, per diventare invece una delle occasioni in cui l’individuo si impegna nella collettività a partire dal proprio processo di crescita, che Jung ha chiamato processo di individuazione 2.
E qui si apre il secondo aspetto della riflessione: come incide la collettività sul processo individuativo personale, e in particolare rispetto ai soggetti in età evolutiva? E come possiamo influire profondamente sulla collettività tramite un atto educativo? Da un paio di anni siamo stati resi spettatori di una tambureggiante istigazione alla caccia al nemico, ostentatamente rivolta a gruppi etnici su cui incombono ombre collettive multiple (sul lavoro che sottraggono, sulla violenza verso le donne, sui furti, ma soprattutto come minaccia a identità gruppali rigidamente difensive).
D’altra parte, si è pienamente avvalorata una modalità di affrontare questioni tragiche o problemi complessi che ha qualità paranoiche e proiettive, dove il nemico non è solo l’altro esterno, ma l’altro ideologico che non aderisca pedissequamente al progetto e al discorso governativo. Con questi presupposti, quale esempio e insegnamento possiamo portare a un piccolo che fatica a non esplodere di fronte a un litigio con un compagno, o a un adolescente che deve imparare a gestire la frustrazione rispetto a dei limiti scolastici? La nostra società è diventata molto potente, in grado di imporre ai suoi membri, tramite i meccanismi dei social, un orientamento culturale di una forza tale da offuscare la moralità individuale dei suoi membri che, a causa di tale condizionamento, si possono ritrovare privati della capacità riflessiva individuale. E risulta essere pericolosa in quanto suggestiva, ma poco formativa per lo sviluppo individuativo dei suoi membri, in particolare per i soggetti con mente e psiche in formazione. L’uomo del nostro tempo è pervaso da un senso di paura, inserito in una realtà sociale dove le crisi sembrano ingovernabili e la precarizzazione della vita incontrastabile. Ed è proprio il senso di angoscia e disorientamento dell’uomo moderno a portare a una serie di reazioni pericolose sul piano psichico, a favorire processi di dissociazione della personalità. In questi, il sentimento o la premonizione di un pericolo e di un’insicurezza esistenziali coesistono con la sicurezza di un IO che crede di poter fare, sapere e organizzare ogni cosa, allontanando in questo modo la necessaria capacità integrativa indispensabile nel processo formativo di una piccola mente, per tornare al punto di partenza. La pratica della psicoanalisi può essere vista in questa prospettiva come un processo che si oppone alla distruzione di contenuto e di senso operata dalla cultura dominante e alla sua ricerca di un capro espiatorio, salvaguardando, come una specie a rischio d estinzione, l’unicità dell’individualità e della sua capacità riflessiva 3.
La psiche conscia e inconscia dell’essere umano, soprattutto in fase evolutiva, si trova stretta nei costrutti nati dall’interazione tra l’uomo e la tecnologia, dove il valore strumentale dell’azione e il principio di prestazione tendono a schiacciare la dimensione della relazionalità tra i viventi ed il mondo. Crediamo, invece, che solo nella protezione delle capacità riflessive e in un consapevole senso di responsabilità rispetto alla realtà, nell’esempio e nei fatti sia possibile educare ad aprirsi all’incontro con l’altro e contemporaneamente a sentire, pensare e immaginare la nostra presenza nel mondo, anziché subirne inconsapevolmente il suo dominio diseducativo.


1. Neumann Erich (2003), Psicologia del profondo e nuova etica, Bergamo, Moretti e Vitali
2. Jung Carl Gustav (1991), Psicologia analitica ed educazione, in Opere, vol. 17, Torino, Bollati Boringhieri
3. Letizia Oddo (2018), L’Inconscio fra reale e virtuale, Dopo Jung. Visioni della comunicazione informatica, Bergamo, Moretti e Vitali

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