Fotografare il tempo

di Sara Marcellini e Giuliano Inesi

Da quando è stato concepito o concepita – una persona, due persone, un muro, magari quattro,  una sedia, una poesia di Szymborska, una lista, un romanzo di Gabriel García Márquez – dovrà instaurare un rapporto con il tempo.
Dovrà giocare a scacchi con il tempo, rischiando di essere percosso dalle circostanze – situazioni che avvengono al di là della nostra volontà o anche avvenimenti che hanno un moto proprio, ordinato, prestabilito, rigido, schematico.
Moto per lo più percepito come dato, che lascia segni, marchi, tagli, cicatrici. Oppure no.
Supponiamo che “x” viva in un ambiente grigio. Poi perché grigio? Facciamolo spersonalizzante.
Vive in una periferia di “case abitate da migliaia di esseri che non hanno abbastanza spazio per sentirsi uomini(Sottsass, 1996). Un ambiente privo di capacità di curarlo, svuotato di stimoli e godimenti. Il suo tempo sarà scandito dallo stillicidio dei propri impegni quotidiani: la sveglia, il tram, l’attesa del rosso sul calendario, il pranzo nel contenitore di plastica trasparente riscaldato nel microonde vecchio di qualche anno.
Il tempo di “x” non è il suo; il tempo di “x” non esiste.

Oggi è lunedì e “x” se ne frega altamente del martedì a venire, sta lasciando vincere il tempo della consuetudine, sta subendo le dinamiche di un tempo che esisteva prima di lui.

Oggi è martedì, oggi è tempo di fotografare “x”: il tram corre veloce ma la foto viene nitida perché lui è fermo.
Il rapporto con il tempo però – chiamiamolo pure “gioco di forze” – può inscriversi in un dialogo in cui la persona, l’oggetto, la casa svolgono un ruolo attivo e non subiscono l’inesorabile scorrere dei minuti. Questo accade quando si tenta di proteggere quello che di più caro abbiamo.
Questo accade nei luoghi in cui “il colore è fatto per chi abita la casa(Sottssass, 2019), quegli spazi pensati, desiderati, atti a funzionare proprio come era stato immaginato.
Ad esempio, se andiamo indietro di qualche tempo – facciamo 4500 anni fa – a Giza conosciamo “y”.
“Y” e tanti altri “y” stanno issando travi portanti di uno dei monumenti più iconici della storia a noi conosciuta. Loro non si chiedono come mai quelle assi siano così grandi e perché quelle pietre, appena posate, siano così spesse. Ma chi commissionò l’opera, sapeva già il peso dell’aria che avrebbe contenuto quelle stanze.  La struttura doveva resistere nel tempo, minimo per un’altra vita.
Dove c’è ricchezza la pietra è pesante e quattro mura di queste “assicurano che i nostri beni e il nostro futuro non debbano aver paura del tempo”. Nella cura dei materiali, nel peso specifico di questi e nella loro fattura, “si può leggere il desiderio di possedere il tempo, un desiderio raramente esaudito(Sottsass, 1998).

Oggi è Martedì? Sinceramente non importa, tanto oggi fotograferemo “y”, lì in posa dentro una delle grandi stanze da lui costruite.
Fatta. Siamo riusciti a metterci tutto o quasi nella foto, mancano giusto il suo sudore, una biga con i cavalli, i vasi canopi e la guardia del corpo dell’appena trapassato.
C’è un nesso tra queste due storie apparentemente dissonanti: ed è il seguente.
Noi prendiamo atto della nostra quotidianità, mangiamo tempo, negli spazi che abitiamo. Le mura che abbiamo intorno sono tutt’altro che barricate, “devono essere soprattutto quello che vorremo che fossero: supporto di speranze, protezione del presente, cassaforte di memorie o anche previsione di rovina”.

Bibliografia
Sottssass E., (1992) Erotik design, Piccola Biblioteca Mille lire, Stampa Alternativa
Sottssass E., (1998) Foto dal Finestrino, Adelphi editore, Azzate
Sottssass E., (2019)  Molto difficile da dire, Adelphi Editore, Milano

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