Gioco ed educazione

di Alessandro Bozzi

Dalla scatolina magica che tutti custodiamo nelle tasche si sta generando un potere quasi assoluto di controllo, oltre che sulle nostre menti, sempre più dipendenti e meno abituate all’utilizzo della memoria, anche su quelle dei nostri piccoli, dove per piccoli si intende bambini già a partire dall’anno di età.
Questa sembra, infatti, una pandemia che si riscontra spesso sia nella popolazione clinica che in quella generale: l’uso dei media device, il cellulare in particolare, come intrattenimento per i bambini. Da uno studio dell’American Pediatrics risulta che quasi il 92% delle famiglie con figli sotto i due anni di età usa il telefono per tenere buoni i propri piccoli, gestire i loro momenti di gioco, calmarli nelle situazioni di collera o di difficoltà, intrattenerli durante il pasto o mentre svolgono faccende in casa o fuori. Forse le stime del nostro Paese non raggiungono queste percentuali, ma certo non è inconsueto imbattersi in simili modalità familiari. Ma cosa succede? Chi educa al gioco, chi educa i genitori? Cosa comporta questo massiccio utilizzo del cellulare come passatempo anche nei più piccoli? Secondo le ultime stime, sembrerebbe che un uso eccessivo del cellulare non favorisca la capacità dei bambini di condividere lo sguardo con il loro interlocutore; il bimbo, infatti, non si abituerebbe a interloquire con l’umano, a recepire la modulazione della mimica facciale, a porre la giusta attenzione al suo linguaggio non verbale; si perderebbe la gamma della comunicazione, non solo verbale ma anche gestuale e imitativa, a causa di un’aumentata attenzione al dinamismo del gioco, carico di colori e suoni che sicuramente sembrano ipnotizzarlo e impedire una capacità di risposta pronta verso chiunque si rivolga a lui. Ma se questo appare chiaro anche a chi del mestiere non è, perché si è così permissivi? Assuefazione, comodità, fatica? Il bambino necessita di “regolazione” da subito: il cellulare lo “regola” in quanto lo tiene calmo, ma lo “dis-regola” enormemente quando il piccolo fruitore ne è privo. Infatti, quando gli viene negato, diventa altamente intollerante, si attivano crisi di rabbia e di oppositività, si innescano processi di mancata auto- ed etero-regolazione degli stati emotivi molto provanti.
Questo i genitori lo sanno bene e lo sperimentano quasi sempre, anche dopo tempi non troppo lunghi di “somministrazione” del telefonino. Ma educare al gioco non significa scegliere lo strumento giusto, quanto piuttosto dedicarsi, condividere le azioni, costruire insieme dinamiche di gioco; è attraverso la condivisione che si scambiano parole, emozioni, si comprende l’altro, che seppur in un gesto di finzione costruisce la sua consapevolezza del limite e dell’azione stessa; il pensiero e l’azione viaggiano su strade che non sono parallele ma si intersecano, l’uno diventa guida dell’altra, il pensiero diventa l’organizzatore del gioco e l‘azione la sua realizzazione. Per fare ciò, il bambino ha bisogno di spazio, di tempo e di fiducia da parte dell’adulto, che non deve essere il controllore ma il catalizzatore dell’azione, il supporto, il compagno. Dal gioco simbolico nasce la parola, la costruzione di un mondo di finzione necessario per sperimentare limiti ed eventualmente rompere gli stessi, ma in un processo che si fa via via più consapevole; il bambino sa che sta giocando, sa che nella finzione può agire, e questo entrare e uscire gli fornisce strumenti validi di previsione, tolleranza, verifica, perché il gioco è scaturito dalla spinta personale di condivisione all’interno di un contesto affettivo motivazionale con la mamma e il papà.
Il gioco è esperienza soggettiva, il mio gioco può essere per l’altro un non gioco. Non sempre l’adulto lo comprende, così come non sempre riconosce la valenza seria dell’atto ludico o intuisce che dalle modalità di gioco è anche possibile capire il bambino e che le azioni del piccolo vanno rispettate, non guidate. Attraverso il gioco simbolico il bimbo si può raccontare; giocando su un cellulare o un tablet non racconta niente, pensa poco, agisce molto con le dita e gli occhi, diventa un iper-competente sull’attenzione visiva e sulla coordinazione occhio-dito. Questa super abilità, però, non deve essere scambiata per un’alta competenza cognitiva, anzi. La pratica assidua sul piccolo schermo porta il piccolo a non capire gli stati d’animo, ad appiattire la conoscenza emotiva, a confondere ciò che è reale da ciò che non lo è, perché nel gioco, dopo poco, tutto è reale, il giocatore si sente reale dentro al suo schermo; fuori da questo si aliena. Nell’educazione al gioco una delle prime attitudini dovrebbe essere il rispetto e l’osservazione dell’azione dell’altro: se padre e figlio giocano con le macchinine in un garage, il secondo non potrà non considerare l’azione del grande, le sue parole e le sue intenzioni; questo è educazione, il resto è abilità. Ma se si abbandona per un momento l’ossessione che tutti i bambini debbano essere solo competenti, allora forse si riuscirà a essere dei buoni educatori al saper giocare.

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