La violenza del silenzio e il gatto di Schrödinger

di Cesare Dapiaggi

Abitiamo un mondo in cui siamo fatti e di cui siamo fatti, secondo il principio dell’interconnessione. Detto principio si basa su numerosi studi negli ambiti più diversi, dall’ecologia alla fisica, dove il concetto di entanglement (intreccio) sembra riassumere il tutto con sconcertante lucidità: due sistemi fisici, spazialmente separati, forniscono in maniera controintuitiva la presenza di correlazioni a distanza, teoricamente senza alcun limite, come a dire che ciascun atomo del corpo è associabile con miliardi di atomi sparsi nella galassia e come in un ballo senza fine, i contorni risultano sempre più sfumati e senza sostanza propria.     
Sempre più vicini ma costretti ad un misurato isolamento,  veniamo indirizzati verso un costante mutamento di forma dove solo un attento osservatore può definirne i contorni e l’esatta posizione. Nonostante gli enormi progressi scientifici, siamo impreparati nel delineare il nostro “stare al mondo” con assoluta certezza, salvo cadere nel malinteso frequente di identificare noi stessi con il lavoro o con un ruolo ben definito nella società, nella famiglia. Come nel paradosso di Schrödinger, il fisico austriaco dello scorso secolo conosciuto per i suoi notevoli contribuiti alla fisica quantistica, potremmo essere morti o vivi nello stesso tempo, vittime o meno di un veleno mentale/mortale, ma sempre in relazione di chi ci osserva. C’è sofferenza in chi scrive e nel silenzio che ci avvolge, un silenzio violento che tende ad infrangere e nello stesso tempo suffragare il principio dell’ interconnessione tanto caro al mondo Buddhista e non solo.
Mai come in questo periodo storico ne cogliamo i malandati frutti, sia in termini di distanziamento, sia nel dare per scontata una supposta serenità chiamata famiglia, lavoro, perbenismo, che altro non sono che l’illusione descritta dal famoso esperimento; tutto è vero e reale ma potrebbe non esserlo da un momento all’altro o comunque essere perfettamente sovrapposto. Se è vero come è vero che il Vuoto descritto dalle tradizioni buddhiste classiche rispecchia proprio quell’avvenuta mancanza di interrelazioni, da comprendere per aspirare all’estasi suprema (Nibbana), è propria dell’interconnessione, la suprema arte della consapevolezza in vita. Quella stessa consapevolezza che conduce alla chiara visione di chi siamo e come ci rapportiamo alle creature della natura, cui apparteniamo indissolubilmente. Questa è la grande sfida; comprendere i meccanismi che producono queste relazioni in modo da non infrangere quei principi naturali.  Tramite lo studio sull’evoluzione dei Virus stiamo intuendo la giusta via di mezzo e il motivo del nostro “fatal andare”. Come descritto dal virologo e ricercatore Dennis Carroll, l’essere umano sta patendo un deficit d’attenzione a livello globale. Interconnettersi significa risvegliare quel senso di appartenenza all’intero mondo naturale dove l’uno senza l’altro non può sopravvivere o più semplicemente non può esistere.
Le stesse varianti sottendono ad un continuo cambiare struttura a conferma dell’altro caposaldo della filosofia Buddhista, l’impermanenza. Avere contezza dell’importanza di agire nella ricerca e sviluppare un senso comune di interdipendenza richiede un forte senso di responsabilità verso noi stessi e gli altri; pena, sollevare il coperchio della scatola e scoprire che il gatto del famoso paradosso è morto.

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