L’arte del togliere

di Emiliano Capurso












Il cambiamento è una porta che si apre solo dall’interno”
Tom Peters  

Togliere, come quando uno scultore elimina il marmo in eccesso per dare vita alla sua opera: questo è ciò che si dovrebbe fare per ricollegarsi alla propria parte più intima e profonda, tanto cara a Jung. La “ghianda”, come la chiamerebbe Hillman, la vera essenza che, da quando si nasce, se non da prima, viene manipolata e decisa da altre persone, altrettanto inconsapevoli di se stesse, che hanno dato un nome a quel neonato senza neanche chiedere un parere al diretto interessato.
Sono stati inculcati comportamenti, regole, norme etiche e sociali; sono stati assegnati una nazionalità, un credo religioso, senza che gli interessati esprimessero alcun consenso.
A questo punto la domanda d’obbligo è: “Quanto ognuno crede di conoscere se stesso?”
Le persone chiedono agli psicologi come fare per vivere meglio, essere felici, realizzare i propri sogni, e sarebbero disposte a fare di tutto pur di ricevere le giuste istruzioni, o una formula magica da recitare.
Ma la verità è che nulla di tutto ciò esiste: l’unica cosa da fare è togliere tutto ciò che non si possiede.
L’arte del togliere consiste nello sviluppare la capacità di osservare il proprio pensiero, ma per farlo bisogna imparare a chiedersi costantemente se ciò che la psiche produce ci appartenga davvero oppure no e, in seguito, nel cercare soluzioni differenti e visioni alternative della realtà.
Non è un puro esercizio mentale, ma un costante lavoro di osservazione della propria attività psichica. Questa è la base da cui partire per lasciare alla propria ghianda lo spazio per germogliare e crescere, esprimendo tutta se stessa.
Nessun individuo è più – e a dire il vero non lo è mai stato – il bambino timido delle elementari, o il ribelle adolescente dei tempi del liceo, come nessuno è identificato nel ruolo di psicologo o medico o elettricista.
Bisogna stare attenti a non confondere l’occupazione che abitualmente si svolge con ciò che si è, ciò che si sa del proprio passato con la persona che si potrebbe diventare.
Il lavoro per raggiungere questo obiettivo è simile a quello di un programmatore che deve sostituire il vecchio software, ormai obsoleto, con uno completamente nuovo. Ma qui ciò che si deve sostituire è l’immagine complessiva che si ha di se stessi.
Un lavoro non semplice, si potrà obiettare. Ma anche questa obiezione è sicuro che corrisponda a verità e che sia realmente di chi la propone?
L’unica complicazione è che, in questo caso, non si tratta di un computer, ma di un organismo senziente, che in quanto tale non ne vuole sapere di essere “sprogrammato” e farsi eliminare.
Inizia allora una sorta di gara tra le due parti: quella artificiosa che pensa di conoscere se stessa e quella che potenzialmente può svilupparsi in armonia con i nostri talenti. Una sfida a chi riesce a sopraffare l’altro; una guerra intestina dove, a volte, non si è nemmeno in grado di capire chi ha vinto, tanti sono i cadaveri sul campo di battaglia.
Un effetto estremo, quasi paradossale, lo si può osservare in psicoterapia: il paziente, ormai giunto alla soluzione del proprio disagio, ha una specie di regressione, e si sente nuovamente succube del problema. Si può paragonare alla sensazione del giorno dell’esame, quell’improvvisa impressione di avere un enorme vuoto di memoria e di aver dimenticato tutto, che scompare non appena ci si siede e si inizia a parlare: le parole cominciano a uscire da sole e tutto va per il verso giusto.
In quest’ottica è da considerare di buon auspicio alla riuscita del lavoro terapeutico quando un paziente, ormai prossimo al raggiungimento dell’obiettivo, annuncia di aver pensato seriamente di sospendere le sedute. Quando ciò accade, bisogna imparare a riconoscere la parte problematica, ormai rimasta a corto di munizioni, che effettua gli ultimi estremi e disperati tentativi di salvarsi e continuare ad esistere.
Ma quando si riesce a superare quest’ultimo scoglio, i benefici sono veramente notevoli: sentirsi “allineati” allo scorrere della propria esistenza, percepire l’assenza di tensioni tra i nostri pensieri e il nostro sentire, provare leggerezza e serenità e non aver più bisogno di compensazioni esterne.
Togliere, un po’ per volta: questa è la soluzione. Togliere e lasciare spazio a ciò che ancora è rimasto inespresso dentro di noi.

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