Prendersi cura di sé per potersi prendere cura degli altri

di Vittoria Stilo

Il termine “cura” in latino porta con sé il significato di “preoccupazione, pensiero fisso, angoscia, ossessione”, o anche di “rimorso, pentimento”. Questa accezione si ritrova anche nel verso leopardiano di “La sera del dì di festa”: con “e non ti morde cura nessuna” il poeta si riferiva alla donna amata, che se ne stava a letto tranquilla, senza alcuna preoccupazione , mentre lui era in affanno e non trovava pace.
L’originaria profondità di quel significato sembra essersi perduta nel tempo, per lasciare il posto principalmente alla cura intesa in senso medico, cura che spesso si riduce alla prescrizione di un farmaco. L’espressione latina “sine cura” (ossia “senza preoccupazione”, “facilmente risolvibile”) nella nuova accezione va ad acquisire significato opposto: “non c’è rimedio”.
Certo, la parola cura, così come intesa dai Latini, risulta più ricca e autentica, assume una connotazione positiva, indicando la premura, l’impegno, l’amore verso l’altro. Lì dove un tempo indicava il “salvare dal male”, “osservare e osservarsi per divenire più consapevoli”, oggi sembra ridursi alla sola accezione del guarire, quindi del recuperare la salute.
C’è cura lì dove esiste qualcuno che ha importanza “per me”, una persona significativa tra i familiari, tra gli amici, tra i colleghi. Non è solo lo stare in pensiero per la salute dell’altro, ma il prestare attenzione alla relazione che si instaura con l’altro. Questo passa attraverso la capacità di avere una buona relazione innanzitutto con se stessi, dell’avere cura di sé, e dovrebbe essere la premessa necessaria per poter davvero aiutare l’altro. Alla richiesta di soccorso o si accorre, o si scappa. E la via di fuga diviene la più naturale quando non si è mai entrati in contatto con il proprio dolore. Non si tollerano le ferite degli altri se non si è prima riusciti a guarire le proprie. È per questo che spesso chi vive un momento di grande fragilità si ritrova da solo.
Prendersi cura dell’altro richiede ascolto, attenzione, accoglienza amorevole e priva di giudizio. Il setting, la stanza di psicoterapia, è un chiaro esempio di luogo di cura intesa in questi termini. Ma chi ha vissuto esperienze di abbandono, rifiuto, tradimento da parte dell’altro tende, in genere, a chiudersi. La lingua dell’accoglienza è per lui sconosciuta. Il non essere accolti si accompagna spesso con il non “accogliersi”, non prendersi cura di sé.
Bypassare se stessi comporta una fuga, un porre l’attenzione sull’altro per spostarla dalla propria sofferenza. Si rischia così di cadere nella sindrome di Wendy, meglio conosciuta come “sindrome della crocerossina”, il comportamento di chi si annulla per prendersi cura esclusivamente del partner, passando attraverso rinunce e il continuo bisogno di compiacere e giustificare il comportamento dell’altro. La Wendy protagonista della favola di Peter Pan si prende cura di tutti i bambini dell’Isola che non c’è. È il suo modo per sentirsi indispensabile. Il curare diviene uno scopo di vita che passa attraverso il sentirsi importanti per qualcuno, inconsapevoli di essere i primi ad avere bisogno dell’altro. Infatti, quando colui che è stato oggetto di cure sta meglio e torna alla propria vita, l’altro attore della relazione si sente di nuovo vuoto, solo, inutile.
Diverse ricerche hanno dimostrato che chi lavora nell’ambito della cura rischia di andare in burnout molto più delle altre categorie, esaurendo le proprie  forze psicofisiche ed emotive. Si dice, infatti, che chi cura rischia di bruciare se stesso, forse perché cura senza curarsi.
Prendersi cura di sé fa bene al corpo e all’anima. Amarsi è il primo passo per essere amati dagli altri e quindi avere la cura e l’attenzione di qualcun altro. Edward Bach, noto per i rimedi floreali che portano il suo nome, affermava: “La perfetta salute e il pieno risveglio sono in realtà la stessa cosa”.

Bibliografia:

Gardini Nicola, Viva il latino, Garzanti, 2016.
Poli Erica, Anatomia della guarigione, Anima Edizioni, 2014

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