Psicodramma: il gruppo come cura dell’altro.

di Alessandra Pignalberi









“Un incontro a due: sguardo nello sguardo, faccia a faccia. E quando sarai vicino io coglierò i tuoi occhi per metterli al posto dei miei e tu coglierai i miei occhi per metterli al posto dei tuoi, poi ti guarderò con i miei occhi e tu mi guarderai con i miei”.[1]


Lo Psicodramma nacque il primo aprile del 1921 tra le sette e le dieci di sera.[2] Questa data simboleggia il primo tentativo, del suo fondatore Jacob Levi Moreno, presso il teatro di Vienna “La Commedia Haus”, di proporre un’esperienza psicodrammatica alle persone.
Come venne definito da lui stesso, lo Psicodramma rappresenta la “scienza che esplora la verità degli esseri umani o la realtà delle situazioni. Attraverso metodologie drammatiche”.[3] Nel 1932 coniò l’espressione “psicoterapia di gruppo” e la sua scoperta diverrà uno dei metodi terapeutici più innovativi del XX secolo.
Nello specifico, lo psicodramma era ed è tutt’oggi uno dei metodi più rivoluzionari di fare terapia di gruppo, perché alla parola viene unita l’azione, la messa in scena.
Alla consueta seduta frontale, viene sostituita una seduta partecipata, dove “le poltrone diventano sedie” dalle quali ci si può alzare per muoversi nello spazio e interagire con i membri del gruppo. Il gruppo  funge così da contenitore e sostenitore, affianca il terapeuta (conduttore) e in esso ciascun membro ha un ruolo attivo e partecipato.
Ogni individuo può parlare dei propri vissuti reali o immaginifici. Grazie all’uso degli altri membri, che attraverso le tecniche attive fungono da ego ausiliari, il protagonista, diretto dal terapeuta/regista, può vivere, rivivere, modificare il vissuto che sceglie di “giocare” mediante la messa in scena spontanea.
Ogni sessione di psicodramma si divide principalmente in tre fasi:

  • il riscaldamento (warming-up).
  • l’azione, il gioco psicodrammatico (produzione-messa in scena).
  • le condivisioni d’eco del gruppo (sharing).

L’approccio psicodrammatico considera centrale la possibilità di mettere in relazione le persone, di creare un incontro autentico tra gli individui, con alla base empatia e reciprocità. Fine ultimo è quello di portare alla catarsi colui che gioca, ossia a una vera e propria purificazione dell’anima e del corpo, proprio come la intendeva Aristotele. Esperire una catarsi vuol dire arrivare a una riparazione del trauma, una modificazione, una ristrutturazione del proprio vissuto. Una liberazione che segna un nuovo inizio, una rinascita.
Tutto questo è reso possibile dal gruppo, che si mette in gioco per l’altro, rendendosi disponibile a essere scelto e permettendo cosi di dar vita alla scena. Tale dimensione fa sì che il soggetto “protagonista” non avverta di essere il solo coinvolto in una situazione unica, difficile e traumatica, ma si senta autorizzato a poterla condividere con gli altri, che l’accolgono e comprendono.
Solo grazie al gruppo che “gioca” l’individuo riesce a esperire la funzione di specchio, che permette di sviluppare la consapevolezza della percezione esterna, dell’essere visto fuori; la funzione legata al ruolo, dallo sperimentarne diversi tipi, al decentramento percettivo, attraverso il punto di vista dell’altro; la funzione di rispecchiamento, che favorisce il ritrovarsi nell’altro, identificandosi positivamente, confermando parti di sé nella relazione; la funzione dell’incontro, che permette la reciprocità e l’intimità.

“Ed ecco che la stanza si trasforma in una giungla, in una foresta abitata da animali di ogni tipo: condor, mammut, squali, delfini, lupi, scimmie, animali che si scrutano, che giocano e combattono, ognuno a modo proprio. C’è chi preferisce la fuga all’attacco, chi necessita ancora di ricorrere ogni tanto a qualche potere soprannaturale, perché la vita nella giungla non è facile, soprattutto quando arriva un grosso gorilla affamato che cerca di catturarli, ed è in quel momento che gli animali pur nella loro individualità si alleano tutti contro uno, quello che voleva catturarli e inizia una lotta corporea, senza esclusione di colpi, dove la legge della giungla in qualche modo viene ribaltata, perché non è il più forte che sopravvive, ma è il gruppo che insieme diventa più potente, lo sconfigge, e dove ognuno prendendosi cura di sé , si prende cura dell’altro[4].” Alessandra Pignalberi.


[1] Cit. J: L. Moreno
[2] Cfr. J.L. Moreno. Manuale di Psicodramma – il teatro come terapia– a cura di O. Rosati, Astrolabio Editore, Roma 1985. P. 61.
[3] Cit. A.A. Schutzemberger, Lo Psicodramma, Di Renzo Editore, Roma 2008 p.22
[4] Estratto dal diario di bordo di una sessione di psicodramma dell’infanzia.

Bibliografia:
JACOB LEVI MORENO (1985), Manuale di Psicodramma – il teatro come terapia- a cura di O. Rosati, Roma, Astrolabio Editore.  
ANNE ANCELINE SCHUTZENBERGER (2008), Lo Psicodramma, Roma, Di Renzo Editore.

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