I. Fossati “C’è tempo”

di Lilli Susca

Come fanno gli altri a sentirsi a posto con la coscienza quando decidono di spiegare una poesia o una canzone? A non sentirlo come un oltraggio a quei versi eletti, verso chi li ha scritti e chi non li ha ancora letti. Perché una poesia o una canzone, come “C’è tempo” di Ivano Fossati, è giusto che se la spieghi chi l’ascolta, che l’assapori condita come vuole, magari anche sbagliando spezia o pinzimonio. Ma a volte è più forte il desiderio di condividere, più forte del pudore che dovrebbe impedire a chiunque di aggiungere anche una sola inutile parola. E se ci fosse qualcuno che non la conosce quella bellissima canzone? O che non se la ricorda? Se queste parole fossero luccicanti abbastanza da attirare l’attenzione di qualcuno che non la conosce? Ecco, ascolta! È il mio regalo. Anche se non ti conosco. Anche se non mi conosci. Quando scrisse questa canzone Fossati era in quell’età difficile in cui c’è ben poco spazio di manovra per tornare indietro. Le canzoni scelgono le proprie prede, le vanno a cercare, proprio quando è il tempo giusto, quello in cui possono fare più male. E questa è una canzone che fa male. Che dice che c’è tempo e invece non ce n’è. È una canzone bugiarda, ma solo se non la si sa ascoltare. Perché racconta, proprio nella prima strofa, che “C’era tutto un programma futuro/Che non abbiamo avverato” e chiude dicendo “C’era un tempo sognato/Che bisognava sognare”. E in mezzo tutto un ricamo di ricordi e rimpianti. Ma anche di fantasie di nuovi incontri dopo cent’anni. C’è un verso struggente, più di altri, perché ambiguo e lascia chi l’ascolta nel dubbio di essere l’unico a intenderlo in un certo modo, quando dice: “Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata/La sua fotografia”. La fotografia di chi? Di cosa? Apparentemente del tempo “perduto via”. E se invece fosse la fotografia di un figlio mai nato?
La trama dei ricordi diventa poesia quando ci restituisce l’immagine di un tempo bellissimo, tutto sudato. Un tempo di amore ubriaco, che se ne frega, che si ribella all’ordine delle cose, perché quella è l’unica freccia che da quei due, da ciascuno dei due, potrà mai essere scoccata.
E infine la tenerezza di quell’imbarazzo che li rende buffi, quando si ritrovano insieme senza essere stati avvisati. Da quegli amici stronzi, che tutto sanno e nulla fanno finta di sapere, e che fanno in modo di farli incontrare, per godersi, ogni tanto, un po’ di poesia da invidiare silenziosamente o da ammirare, come un faro nella nebbia o una luna piena affacciata ad un balcone.

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