L’atteso e l’inatteso del tempo del vaccino

di Anna Cester

Riconosco a posteriori che proprio un sogno, uno degli strumenti con cui giornalmente lavoro, mi aveva informato e da sempre sotterraneamente accompagnato dalla prima chiusura per Covid.  Eppure non è stata questa l’immagine da cui mi sono fatta aiutare e guidare durante i mesi della scorsa primavera in casa, e poi lungo tutto il meno intenso, ma sfibrante, tempo dell’ autunno con la pandemia. Piuttosto, è stato Bion ad accompagnarmi con l’immagine dell’uovo e della schiusa che abitualmente utilizzava per descrivere il  “cambiamento catastrofico” e la capacità negativa, cioè quella forza di tollerare i momenti di turbolenza emotiva dati dal non sapere, fronteggiando l’esperienza anziché sottrarsene, sopportando i timori di non farcela, le false soluzioni e il timore onnipresente di soccombere, impazzire. Il rimedio di Bion è quello di sforzarsi di afferrare il disastro indescrivibile, rendendolo descrivibile, di ringiovanire il significato di “terribile” e portarlo nella sua accezione etimologica, ovvero “colmo di terrore sacro”, per esorcizzare l’indescrivibile disastro in catastrofe, ovvero in una conversione, in un cambiamento radicale.  Per illustrare la difficoltà che la personalità può incontrare se si irrigidisce, Bion propone tra lo spiritoso e il serio l’esempio dell’uovo di gallina che vuole serbare il proprio io guscio per sempre: “È un bel guscio – dice – ha un bell’aspetto, perché non essere un guscio d’uovo per sempre? Supponiamo che nel corso dello sviluppo l’uovo cominci a schiudersi; più la persona si identifica col guscio e più sente che sta accadendo qualcosa di terribile perché il guscio si sta rompendo ed esso non conosce il pulcino”.  E così mi faccio aperta, nei limiti delle mie possibilità e personalità, cerco di cogliere nel bene e nel male lo spirito del tempo, mi faccio trasformare.
Quando l’Ordine dei Medici ci chiama ad aderire alla campagna vaccinale, questo appello mi trova stanca, estenuata. Come medico riconosco con chiarezza quanto le disposizioni del distanziamento sociale, dell’uso dei dispositivi di sicurezza possano contenere parzialmente e temporaneamente la diffusione di un’epidemia, ma non farla superare. Non nutro in cuor mio dubbi sul fatto che la vaccinazione di massa sia il migliore tentativo possibile, se pur imperfetto, per uscire da questa situazione tragica e gli vado incontro con fiducia, ben disposta a immetterlo nel mio corpo, in prima persona.  Un sentimento vasto e pacato si apre in me e riapre zone della mia psiche un po’ accartocciata da tutto il lavoro di tenuta e senso che da tanto tempo faccio per me, per i miei cari, per i miei pazienti. Respiro e intravedo una possibile, lontana, ma reale luce per questa umanità colpevole e sciocca, nella mia lettura di questo periodo, di non aver visto, di non aver considerato, di non aver protetto per tempo.
La vigilia del vaccino coincide con l’ultimo giorno in zona gialla per le Marche. Presa dal tran tran morbido del fine settimana, mi sfugge questa evenienza ed è la proposta di mio marito di andare al mare, a Numana, prima che ci rinchiudano dentro i confini di luoghi ed abitudini consolidate e sicure, che mi risveglia un po’. Camminiamo lungo la spiaggia, che di Gennaio non è proprio assolata come ce la pregustavamo, ma un sole momentaneo e appena tiepido spunta e la possibilità di sdraiarsi comunque, per goderne un po’, ci basta.  Mi poso e questo finalmente mi permette di sentire più in profondità, immagino. È lì accade che piano piano vengo invasa – sì, proprio invasa- da un grandissimo dolore che si fa pianto. Piango per tutti i morti, per gli anziani e per tutti noi umani, grandi ragazzi e bambini che stiamo soffrendo così tanto e così a lungo.  Arriva a quel punto il ricordo del sogno della prima fase della pandemia: sono nella mia camera di adolescente, molte persone sono entrate e l’hanno invasa lasciandola sporca. Solo una zia dell’infanzia mi aiuta a ripulirla. Devo andare in studio a vedere una bambina che mi viene portata in consultazione, ha molta paura. Ma prima di chiudermi in studio, mi dico nel sogno, devo uscire, devo vedere. Corro tra le strade di Pesaro, che al momento del sogno era la nostra zona rossa, sapendo di fare qualcosa di proibito, e alla fine riesco nell’intento. Arrivo al mare. Nel sogno di allora, come in quello in cui mi sdraio oggi, è freddo è inverno. C’è mareggiata e piano piano distinguo tra la schiuma del mare degli involucri bianchi. Guardo meglio, sono corpi di anziani candidi per l’età e per l’acqua del mare che li ha levigati e poi restituiti sulla riva. All’orizzonte sono infiniti, come i morti che questa pandemia sta facendo, e che ora e nel tempo futuro piangerò e speriamo collettivamente piangeremo. Dice Shamdasani nel commento al libro rosso di Jung: “Abbiamo ucciso i morti e adesso ci aggiriamo in una vita che è poco più che un pregiudizio, lontani dalla pienezza dell’esistenza. Ecco il sintomo collettivo, la malattia di cui soffre la nostra cultura e che le psicoterapie tentano invano di sanare. Nel profondo di sé Jung non rinveniva i traumi personali, solamente, vi incontra soprattutto le figure ancestrali della storia umana, i morti che lamentano di restare inascoltati. Soltanto se presteremo loro orecchio e li riaccoglieremo tra noi, sapremo curare la nostra sofferenza di vivi, senza sacrificare un passato inconciliato a un futuro esangue”. Così sia.   

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