Metamorfosi dello yoga: dalle foreste alle palestre

di Costanza Ceccarelli

Come fenomeno avviatosi sul finire del XIX secolo, lo yoga moderno[1], globalizzato soprattutto nella sua declinazione posturale, in questi termini e con questa forma non ha più di centocinquanta anni.  I dati di questa globalizzazione sono eloquenti e mostrano come lo yoga sia diventato una delle attività più popolari al mondo. Inevitabilmente, è divenuto anche un bene di consumo, per cui c’è una domanda crescente.
Il termine yoga ingloba una serie di metodiche centrali delle tradizioni religiose e non-religiose dell’Asia meridionale, che trovano probabilmente la loro origine nelle pratiche ascetiche del primo millennio a.C. e che sono poi diventate parte di quasi tutte le tradizioni religiose successive. Centrali nelle religioni indiche, infatti, sono le pratiche d’esercizio practognostiche che si sono raggruppate sotto questo “termine ombrello”: si tratta di tecniche di esercizio fisico-mentale che mirano al raggiungimento di uno “stato interiore di liberazione”. All’inizio del XX secolo, queste erano assai poco conosciute fuori dall’Asia del Sud. Con l’arrivo del XXI secolo, milioni di persone nel mondo non solo hanno iniziato a praticarle, ma hanno anche acquisito familiarità con idee, concetti e tecniche da esse derivate.  
Lo yoga rappresenta oggi un filone di ricerca che negli ultimi decenni ha visto crescere in modo esponenziale il numero dei soggetti coinvolti.  Le ricerche sul tema hanno consentito l’accesso ad una mole di nuovi documenti testuali, permettendo di risalire all’indietro di molti secoli e di documentare una storia inedita, con una tradizione di circa 2500 anni alle spalle.
Se lo scenario moderno dello yoga è stato caratterizzato per molto tempo dalla ricerca spasmodica di certificare il “vero” yoga,quello originale, oggi invece una nuova storia mostra la ricchezza e la pluralità delle tradizioni che circondavano il paesaggio degli asceti passati e che ancora vivono accanto ai moderni praticanti.
La storia dello yoga presenta discontinuità e continuità che invitano a capire meglio di cosa si parla quando lo si pratica. Ri-orientati, bisognerebbe provare a “pensare sullo yoga” e a pensare che, forse,ci si trova di fronte a una delle varie declinazioni con cui l’umano ha da sempre cercato di costruirsi e di condursi nella (buona) vita attraverso l’esercizio – nel senso antico del termine, askesis –, attraverso pratiche metodiche che potessero dare concretezza al suo nascere impreparato a stare al mondo e porvi rimedio. Meglio, allora, parlare di yoga al plurale, degli yoga, nei termini di vere e proprie antropotecniche – termine con cui il filosofo Peter Sloterdijk connota quel modo di condursi nella vita “esercitandosi” con cui l’umano si costruisce, costituisce e riconosce come tale -, degli esercizi formativi la cui storia presenta tante declinazioni quanti sono i testi che attestano la loro presenza nelle diverse tradizioni buddhiste, jainiste, hindu e islamiche. Si può così tracciare una più sobria idea di continuità, di visioni e di pratiche in questa storia millenaria, fatta di conversazioni, in cui i parlanti sembrano confrontarsi attraverso il tempo attorno ad argomenti e a temi pervasivi, che continuamente ricorrono nelle diverse tradizioni.
Significativa l’ipotesi interpretativa avanzata da più parti[2] di declinare il termine yoga attraverso uno dei suoi slittamenti metaforici più ampi, cioè come “disciplina” o “metodo”, e vedere come, utilizzando questa strategia, emergano figurazioni comuni e trasversali alle varie tradizioni. L’idea che “yoga” possa darsi come condotta metodica, reiterante e incrementante i suoi effetti proprio in virtù della ripetizione, rimanda a un concetto di esercizio (askesis) che pare essere elemento comune a tutte le tradizioni che hanno incluso all’interno del loro lessico tale termine. Pur declinando il metodo in modi differenti, le tradizioni sud-asiatiche che hanno denominato le loro pratiche “yoga” manifestano una medesima consapevolezza e uno stesso anelito: consapevolezza del disagio che pare connotare l’esperienza fenomenica dell’animale umano, per così dire, lo “stare al mondo”; anelito a individuarne il punto d’innesco e “inibire”, “interrompere”, “disattivare” in maniera irreversibile il meccanismo.

Bibliografia:

[1] Elisabeth De Michelis (2004), A History of Modern Yoga: Patañjali and western Esotericism, London, Continuum.

[2] David Gordon White (2012), Yoga in Practice, Princeton, Princeton University Press. Patañjali  (2015), Yoga sūtra, Torino, Einaudi.

Un commento

  1. Ilaria Calloni

    Devo convenire che la forza argomentativa dell’autrice è tale da stimolare nel lettore il desiderio di confrontarsi con questa disciplina ed intraprenderne, con rinnovata fiducia nella propria disagevole umanità, il percorso

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