La presenza dell’altro

di Costanza Ceccarelli

























Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo (Naja Marie Aidt)



C’era una volta “la fiducia ai tempi della pandemia”, richiamando un famoso esemplare di epica contemporanea. Forse il sentimento della fiducia, messo così a dura prova nel tempo presente, ci dice delle gesta e della narrazione di ciò che della vita fa vita umana. Sulle orme di Freud e Lacan, Massimo Recalcati fornisce l’abbrivio a questa riflessione, quando, in un suo testo di qualche anno fa, scrive: “se la vita umana viene alla vita,…, in una condizione di prematurazione, impreparazione, frammentazione, inermità, abbandono assoluto, in una condizione di insufficienza, di vulnerabilità, di esposizione al non-senso del reale, occorrono innanzitutto le mani dell’Altro – la presenza dell’Altro – per custodire quella vita, proteggerla, sottrarla alla possibilità della caduta”. C’è una figura, dunque, alla radice di ogni sentimento di fiducia. Una figura, l’Altro, che inabita da subito la vita umana e che coopera all’espressione della fiducia come risposta interiore, intenzionale (cioè significativa), della persona. Quando ci fidiamo di qualcuno, noi ci affidiamo, trasferiamo qualcosa di importante e di buono ad un altro affinché se ne prenda cura. C’è fiducia quando l’altro è affidabile e prossimo, vicino e percepito come tale. Il sentimento di fiducia possiede una sua complessità psichica, che contempla la presa in carico della cura di sé e dell’altro, che tocca la nostra sensibilità e, nello stesso tempo, risponde alla capacità della persona di formulare risposte interiori di fronte a ciò che apprende dentro di sé. Nel sentimento di fiducia si fa esperienza della presenza dell’altro, presenza fisica e presenza simbolica allo stesso tempo, ci si relaziona e si ritorna a sé.
Dove abita l’Altro al tempo della pandemia? Se la vita, in quanto vita umana, necessita delle mani dell’Altro, cosa accade se quelle stesse mani vengono apprese, cioè prese interiormente, come mani che contagiano? Ciascun essere umano è attraversato costantemente dalla presenza dell’altro, anche il con-tagio è relazione di prossimità. L’altro ci con-tagia perché ci tocca, fisicamente e simbolicamente. E a questo contatto siamo invitati a rispondere interiormente. Proviamo, allora, a fare di questa risposta un nuovo esercizio di conduzione di sé. Dopo l’esperienza delle mani dell’altro come potenzialmente minacciose per la nostra vita,  intrapendiamo il cammino che porta al ritorno alla prossimità, al contatto che protegge la vita e la sottrae alla possibilità della caduta nell’insignificanza. Il contatto radica e, allo stesso tempo, richiede la fiducia. Fiducia nella presenza dell’altro, non come minaccia alla propria persona, ma come accoglimento della differenza come valore, come risorsa e come diritto. Diritto al con-tatto, perché proprio il tatto, tra tutti gli altri, pare essere l’unico senso in grado di restituire esperienze che offrono mescolati il soggetto e l’oggetto. Perché quando tocchiamo qualcuno/qualcosa, insieme al percepito, scopriamo qualcosa su noi che percepiamo. Il con-tatto mi restituisce informazioni su di me, mentre perlustro ciò che mi è prossimo, in un’esperienza percettiva totalizzante del mio essere nel mondo e del mondo, della stessa materia di cui sono fatte tutte le cose.
La fiducia richiede relazione. La fiducia richiede cura di sé. La fiducia è sempre un cammino verso l’ignoto, ma anche il terreno solido dell’affidarsi.


Aidt Naja Marie, Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo. Il libro di Carl, Milano, 2021.
Recalcati Massimo, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Milano, 2015.

2 commenti

  1. Ilaria calloni

    Bellissimo articolo!

  2. Silvia Ghizzardi

    Bello, grazie

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